Speciale tecnologia: cosa significa la sigla OMR?

Tra i sistemi di lettura ottica oggi disponibili sul mercato, quelli di Optical Mark Recognition (ossia Riconoscimento Ottico delle Marcature) sono forse i più specialistici, riservati ad una nicchia molto esigente ma anche molto particolare di utilizzi, ossia quella che richiede di identificare la presenza o meno di segni di riempimento in una serie di caselle. Nonostante questa possa sembrare un’applicazione molto meno complessa rispetto a quelle permesse dalle tecnologie OCR o ICR, i sistemi OMR affrontano e risolvono problematiche uniche e interessanti.

Un po’ di storia

I sistemi OMR possono sicuramente vantare il primato di anzianità fra tutte le soluzioni di riconoscimento e lettura ottica: risalgono infatti, per quanto possa apparire strano, ad un periodo che precede di gran lunga l’avvento del digitale e dei computer.

La prima soluzione OMR della storia è infatti una macchina di valutazione dei test a scelta multipla, la Type 805, sviluppata e lanciata sul mercato da IBM nel 1938, prima ancora della Seconda Guerra Mondiale. Ovviamente si trattava di un apparecchio molto diverso da quelli a cui la tecnologia ci ha poi abituato: la Type 805 consisteva essenzialmente di un lettore ottico elettromeccanico che misurava la differenza di riflettività del foglio in una serie di posizioni. La casella annerita nel test era meno riflettente del foglio bianco, e questo permetteva di valutare i quiz a risposta multipla usati nelle scuole molto più velocemente di quanto si potesse fare a mano.

Le soluzioni OMR sono state affidate a dispositivi fotoelettrici di questo tipo, e quindi sono state essenzialmente hardware, per moltissimi anni. Questa tecnologia ha però requisiti specifici sulla creazione della modulistica cartacea da impiegare, e richiede appunto dei lettori ottici sviluppati appositamente e utilizzabili per questa sola funzione.

Per questo motivo, oggi, si fa uso di una normale procedura di scansione dei documenti da verificare, e si procede poi in maniera del tutto digitale. In questo modo la rapidità di esecuzione della lettura è di decine di volte più veloce rispetto a quel primo modello IBM del 1938.

Come funzionano i sistemi OMR

Fondamentalmente, l’operazione con la quale un software OMR decide se una casella sia stata marcata è legata ad un calcolo del rapporto fra quanti pixel bianchi e quanti neri siano presenti all’interno dell’area delimitata dalla casella presente sul modulo: se i pixel neri sono sopra una determinata soglia, la casella si considera annerita, e quindi si può identificare quale scelta abbia fatto il compilatore del documento stesso. Vantaggio enorme di una soluzione software come questa, rispetto ai vecchi lettori ottici hardware, è che qualora la lettura sia incerta il sistema può restituire un segnale che richieda un controllo supplementare da parte di un operatore.

Su che documenti è opportuno usare i software OMR

I sistemi di lettura OMR sono sviluppati, come abbiamo visto, per una tipologia molto specifica di controllo, ma in quell’ambito sono imbattibili in quanto a precisione ed efficienza. Il tipo di documentazione che si presta ad essere interpretato con questa tecnologia comprende sicuramente in massima parte quiz, test di valutazione e moduli a scelta multipla, come nel caso della gestione degli elaborati dei concorsi pubblici; a questo però si aggiungono altri documenti specifici, come le schedine dei giochi come il Lotto e il Totocalcio, e ancora una serie vastissima di moduli di contratto o di valutazione della soddisfazione del cliente.

I limiti della tecnologia OMR

Nonostante l’ingannevole semplicità delle funzioni svolte dai sistemi OMR, questi vanno incontro a difficoltà tipiche e significative, la cui soluzione richiede implementazioni ad hoc.

Si è detto, infatti, che la metodologia standard per capire quali caselle di un modulo siano state annerite prevede di calcolare il rapporto fra pixel neri e bianchi e verificare se i primi superino una certa soglia. È sicuramente ragionevole: ma ignora completamente la possibilità che, come accade invece spessissimo, il compilatore selezioni la casella con un segno di spunta, un tratto di penna, una crocetta; in tutti questi casi, i pixel neri non saranno certo numerosi come nel caso in cui la casella sia stata interamente annerita.

Questo problema parrebbe risolvibile in maniera molto semplice, ossia abbassando la soglia richiesta per considerare annerita una casellina di scelta. Questo crea però altri problemi, perché in questo modo si rischia che anche della sporcizia sul foglio, o un segno di ditata, facciano interpretare come selezionata una casella che non lo è. La soluzione consiste in questi casi nell’affiancare un altro metodo di valutazione a quello del rapporto fra pixel bianchi e non; una buona scelta può essere quella di misurare la lunghezza del tratto di penna presente nella casella, a prescindere dalla percentuale di annerimento, per poi confrontare i risultati ottenuti secondo i due criteri.

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